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Autore Topic: RICORDI DI MISTERBIANCO  (Letto 338 volte)
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gienne
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« il: 14 Febbraio 2010, 09:06:34 pm »

                                   SEDUTO NELL’OMBRA
                       (SU UNA PANCHINA DI MISTERBIANCO)


L’aria era afosa alle due del pomeriggio,il sole illuminava una parete di muro crudo del cortile  e nei buchi tra una pietra e l’altra pezzi di stoffa di colore nero sembravano respirare.
A volte, nella linea che demarcava l’ombra una lucertola ,a piccoli scatti si muoveva uscendo la lingua come per assaggiare il terreno mentre il silenzio veniva a volte interrotto da un cinguettare lontano, ed io seduto nell’ombra sopra una panchina di muratura guardavo le gambe ,esili venire fuori dai pantaloncini e finire dentro un paio di scarpe da tennis ,di tela di colore blu.
Riuscivo a distrarmi fino a quasi le cinque del pomeriggio quando tornava mio padre con una moto.
Sentivo il rumore e l’aspettavo vicino casa per corrergli dietro , lui arrivava fino dentro il corridoio di casa e messa la moto sul cavalletto si toglieva gli occhiali che lo riparavano dalla polvere solo negli occhi mentre il resto del viso era più scuro, bruciato dal sole e dalla polvere, in quel momento con un salto mi aggrappavo al suo collo e lui ridendo e camminando in modo goffo mi portava fino dentro casa.
A quel tempo la vita scorreva semplice ,la cena era pronta al tramonto e appena finita, quasi in contemporanea,in tutte le case a poco a poco la gente usciva fuori radunandosi a piccoli gruppi nelle case vicine e portandosi le sedie fuori ci si metteva in cerchio per parlare del tempo o di qualcosa che era successo a qualcuno del quartiere mentre noi ragazzi giocavamo al centro della strada.
Tra l’amenità dei discorsi e lo sferruzzare degli aghi ,si facevano anche delle richieste interessate   e così la signora  Maria chiedeva a donna Pina se era avanzato dell’olio dall’ultima spremuta perché la figlia che viveva a Torino ne aveva fatto richiesta oppure don Peppino chiedeva a don Antonio se poteva lavorare con lui un paio di giorni per sistemare uno steccato in campagna che le pecore avevano buttato giù e Donna Lola chiedeva il crescente in giro per fare il pane nella notte. La scena si ripeteva quasi tutte le sere magari invertendo gli attori ,poi verso le dieci mia madre mi chiamava per andare a letto e io mi stringevo a miei nonni perché volevo andare a  dormire nel loro letto di crine, mi piaceva e si stava freschi .
La mattina mi svegliava il suono di una campanella che pendeva al collo di una capra. Era il lattaio che si fermava e mungeva il latte in una tazza mentre io appoggiato alla porta con solo una maglietta e le mutandine guardavo quelle mani strizzare le mammelle poi ancora caldo  bevevo il latte appena munto.
 Quasi a fine settembre si andava per la vendemmia, io andavo con mio nonno con il carretto e Filippo, il mulo goloso che mangiava di tutto, una volta si mangiò anche il mio berretto di lana tirandomelo dalla testa e quella fu l’unica volta che mi arrabbiai con lui e gli diedi un calcio nella zampa. Arrivavamo nella vigna all’alba dopo tanti scossoni e già c’erano i pestatori pronti che aspettavano l’uva raccolta per pestarla e fare il mosto. Restavo tutto il giorno a guardarli,mi divertiva vederli girare con quegli enormi scarponi e i pantaloncini in modo buffo e meccanico mentre cantavano canzoni popolari a volte con frasi storpiate o incomprensibili.
Il mosto raccolto dava il via a una serie di preparativi per i giorni che seguivano perché appena lo portavano nei tini di tela veniva appeso nella stalla in attesa che fosse pronto per metterlo nella botte mentre una parte veniva usato per fare  la mostarda o il vino cotto che sarebbe servito in inverno per fare i dolci .Cera sempre qualcosa da fare. In estate si mettevano i pomodori aperti a seccare al sole su delle tavole e quando andavo nella terrazza di casa mia si vedevano in tutte le case nei balconi o nei cortili ovunque arrivava il sole. La stessa cosa si faceva con i fichi anch’essi messi a seccare al sole e poi si faceva l’estratto di pomodoro o le conserve con i pelati che servivano in inverno per la pasta. Invece le mostarde le cotognate e le marmellate le facevamo in inverno.
 Tutte queste cose venivano fatte sempre in compagnia ci si organizzava qualche giorno prima a seconda delle disponibilità delle materie prime , insieme con i vicini o con qualche amica di mia madre. I profumi ,le risa coprivano la fatica , il piacere di stare insieme gratificava ancor di più il prodotto e tra quel vociare e il caldo afoso , stavo seduto nell’ombra.
Il ripetersi degli eventi ci faceva attendere le date delle nostre feste tradizionali sapendo già cosa avremmo fatto, ma stavolta superando il limite dell’anno precedente ,così per l’ascensione era solito fare dei falò al centro dei crocevia e già dalla mattina si faceva  a gara a portare più legna perché il falò fosse più alto e durasse più degli altri.
Ma una delle feste più belle ed attese era il carnevale quando 0gnuno si svestiva del ruolo sociale,anche il sindaco, per mettere i panni di una maschera ed insieme ad un gruppo di amici sul cassone di un camion fare il giro del paese portando la canzonatura di un opera o di un evento che avrebbe creato ilarità a tutti  non solo per lo spettacolo ma quanto per chi lo produceva.
A sera poi tutti sotto un costume di raso compreso il cappuccio ed una maschera chiamata “Domino” si andava a ballare in piazza e nascosti dalla maschera si invitavano gli uomini a ballare che orgogliosamente accettavano nella speranza di scoprire chi si celava sotto il costume e dopo 3 balli si andava al bar per offrire qualcosa alla maschera nella speranza che per consumare la bibita offerta si spostasse la maschera e così scoprire con chi si era stati a ballare. Invece nella maggior parte delle volte la maschera usciva dal bar con una scatola di baci perugina e quindi il segreto rimaneva. A volte anche degli uomini si celavano sotto le maschere spacciandosi per donne e parlando con voce camuffata ci si riusciva a prendere in giro gli amici che l’indomani venivano derisi al solito bar dove la sera era solito incontrarsi.
La fine di settembre era anche l’inizio della scuola, le elementari raccoglievano i bambini di tutto il paese divisi in classi di circa venti bambini , la simpatia del bidello che ci accoglieva all’ingresso svaniva quasi subito con l’arrivo del maestro che avvolto nel suo cappotto nero ci scrutava dietro gli occhiali in un silenzio interminabile e nel gelo della stanza che la stufa a due resistenze messa sotto la cattedra non avrebbe mai riscaldato.
Ricordo con molto dolore e tristezza le bacchettate sulle mani fredde per essere arrivato in ritardo o perché  avevo scambiato una gomma da cancellare con un compagno. Tornavo a casa nascondendo le mani per non far capire a mia madre che ero stato punito ma dentro mi covava del rancore per quell’essere di ghiaccio, insensibile che sembrava accanirsi su di me.
Lo rividi dopo tanti anni nel suo cappotto nero andare ancora a scuola con passo marziale sicuramente inadeguato al frastuono dei bambini d’avanti al portone di ingresso in attesa della campanella, mi fece tanta tenerezza vederlo così fragile fisicamente e mi stupii del mio rancore da bambino.
Le medie invece passarono in un clima più sereno ,quasi sereno, perché in quel periodo ero molto irrequieto, però sereno perché sapevo di esserlo e forse lo volevo anche.
Al primo anno avevo già 64 note sul registro e tre espulsioni di tre giorni l’una, una perché avevo tirato un aereo di carta che dopo alcune acrobazie nell’aria andò a finire nella stufa accesa e infiammandosi bruciò la pelliccia della professoressa di inglese; La seconda perché suonai la campana d’uscita 15 minuti prima e ci fu il fuggi fuggi di tutti gli alunni verso l’uscita e la terza per aver portato una rana in tasca a scuola che nel bel mezzo del compito di matematica nel silenzio assoluto incominciò a gracidare facendo sbellicare tutta la classe.
Forse per la fama che mi ero fatto e per la mia voglia di protagonismo diventai il ragazzo più in vista nella scuola e questo ruolo mi accompagnò fino alla licenza del terzo anno.
Ero bravissimo nelle materie letterarie meno in quelle tecniche e nella matematica.
Quando si faceva il compito di italiano avevamo due ore di tempo ma io finivo in dieci minuti e poi ne facevo altri due a dei compagni che non avevano la mia stessa dote scambiandoci di nascosto i fogli ma la più grande soddisfazione era che prima di andare via la professoressa mi faceva leggere il mio compito a voce alta vicino alla lavagna per dimostrare ai miei compagni la mia bravura.
Ero molto bravo anche nell’educazione fisica e in terza media insieme ai miei compagni arrivammo secondi nella pallavolo ai giochi della gioventù che vedeva sfidare tutte le scuole della regione.
Ma tutto questo non bastava ad alzare quel sei perenne in condotta per tutto quello che combinavo.
A quel tempo dividevo la mia vita tra due famiglie quella dei miei genitori e di una coppia di zii di mio padre mio zio Pasqualino e zia Concetta che non avendo figli decisero di riversare su di me il loro affetto e le attenzioni come si può fare con un figlio naturale.
Abitare vicino era molto comodo perché mi dividevo tra le due famiglie a casa con i miei fratelli era una festa continua ma poi la sera andavo a dormire da mia zia.
Il problema nacque quando i miei zii andarono a vivere a Catania a otto chilometri di dove abitavano i miei e io dovetti scegliere e scelsi loro anche se spesso tornavo dai miei genitori per alcuni giorni da passare con mia madre i miei fratelli.
Erano anni spensierati , di crescita economica e di sviluppo e tutti abbandonavano le campagne per andare a lavorare alla Fiat a Torino o a Milano in fabbrica e per farlo si chiamavano i parenti che si trovavano già sul luogo per avere un appoggio iniziale e chi non aveva nessuno fuori si raccomandava a qualche amico o vicino che aveva il figlio o il cognato che già era sul posto e poteva ospitare per un periodo fino a che non si trovava una sistemazione migliore.
Il paese stava rapidamente cambiando le strade asfaltate vedevano crescere le “600” di giorno in giorno le cabine telefoniche nuove a gettoni sembravano insolite ,tutte colorate tra i colori tenui delle case
  Passarono dieci anni di una vita quasi normale nei primi del 1970,la rivolta studentesca del 68 passò con indifferenza nella mia vita ,non capivo il motivo della rivolta. L’estate andavamo al mare in uno stabilimento che si chiamava  “ Lido Sport “ .File di cabine di legno intervallate da pochi metri di sabbia ma ricche di famiglie che fino a sera tardi diventavano una sola grande famiglia .
Si sapeva tutto di tutti i componenti e ogni giorno era uno scambio continuo di pietanze appena
Preparate. Le giornate al mare erano molto impegnative ,tra un torneo di tamburelli ed un tentativo di pesca fino a sera quando attraverso una cintura di piante andavamo a guardare i ragazzi più grandi che ballavano al suono di un complessino. Per tre mesi la vita scorreva all’interno di
Quello stabilimento, noi ragazzi non tornavamo a casa ma restavamo anche la notte a dormire
Nelle cabine sui materassini gonfiabili. A settembre quando la stagione finiva si tornava a casa lasciando i compagni di gioco con la promessa che ci saremmo rivisti il prossimo anno.
Settembre era il mese che ci si preparava per la scuola e si cercavano i libri usati da acquistare da chi aveva già fatto gli stessi studi.

GIUSEPPE NICOTRA

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